Mente e cervello sono uguali? E come determinano il nostro comportamento?

A queste – e altre – domande risponde per noi il Professor Massimo Piccirilli, medico (specialista in neurologia e in psichiatria) e professore associato della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Perugia, attualmente professore a contratto. Il Professor Piccirilli insegna in numerosi Corsi di Laurea e di Specializzazione e svolge cicli di conferenze divulgative sulle relazioni fra mente, cervello e comportamento. Autore di oltre 300 articoli scientifici e di importanti saggi (tra cui ricordiamo solo alcuni titoli: Dal cervello alla mente, del 2006, Quell’eterno bisogno umano di sollievo, del 2014 e Geneticamente analfabeti, pubblicato a inizio 2020), ha guidato lo studio WAL del 2016, poi pubblicato sulla rivista The European Journal of Ageing.

Riconoscendo l’efficacia dell’approccio multimodale ai disturbi della terza età, quello studio collocò a buon diritto il Metodo WAL nell’ambito della medicina della prevenzione. È dunque con grande onore, stima e immensa gratitudine che pubblichiamo nel nostro Blog la seguente intervista, certi che accenderà l’interesse di quanti costantemente ci seguono (questa è la seconda parte della brillante intervista al Prof. Piccirilli pubblicata lo scorso 1 ottobre).

1) Come interviene l’ambiente nello sviluppo cerebrale?

Piccirilli

“Una volta assicurate le strutture di base (più direttamente dipendenti dal codice genetico, perché eventuali varianti non sarebbero compatibili con la vita), l’organizzazione del sistema nervoso dipende dalla modificazione della forza delle connessioni tra i neuroni. Nel primissimo periodo di vita ogni neurone stabilisce un numero di connessioni in eccesso rispetto a quello che sarà il numero definitivo; successivamente le connessioni non utilizzate vengono eliminate secondo il principio del “se non lo usi, lo perdi”. E’ un processo che assomiglia all’opera di uno scultore. Quella che Michelangelo chiamava “arte del levare”. A creare il legame all’interno di queste catene neuronali sono proprio gli stimoli che provengono dall’ambiente e che agiscono come un giardiniere che pota un cespuglio: selezionano le reti di neuroni che si sono dimostrate più appropriate a svolgere una determinata funzione ed eliminano le connessioni che non si sono rivelate funzionali. Questo processo di rimaneggiamento sinaptico continua però per tutta la vita. Come ha scritto Santiago Ramon y Cajal “Ogni uomo può, se lo desidera, divenire lo scultore del proprio cervello”.

2) Davvero si può scolpire il cervello?

“Certamente. La plasticità è una caratteristica intrinseca del sistema nervoso; nelle differenti età della vita può manifestarsi in modo più o meno efficiente, ma non si interrompe mai. Da questo deriva l’enfasi che viene riservata oggi allo stile di vita come meccanismo di protezione del funzionamento cerebrale. D’altra parte dagli studi di epigenetica è stato documentato in questi
anni che i differenti stili di vita adottati possono influenzare profondamente la stessa espressione del patrimonio genetico. Anche l’invecchiamento cerebrale non è più considerato necessariamente associato al declino della memoria e delle altre funzioni cognitive”.

3) I fattori che influenzano positivamente il funzionamento cerebrale sono stati identificati?

“Molte domande rimangono ancora senza risposte certe. Tuttavia l’attenzione della ricerca si è spostata dallo studio dei fattori che danneggiano il sistema nervoso (uno per tutti l’abuso di alcol) a quello degli agenti definiti “neuroprotettivi”. Al momento si hanno dati sul ruolo svolto dall’attività fisica (aerobica), dall’esercizio mentale (nuovi apprendimenti) e dalle relazioni interpersonali (interazioni sociali significative ed emotivamente coinvolgenti). In questo senso una nostra indagine, pubblicata su European Journal of Ageing, ha potuto documentare l’efficacia del metodo WAL nel migliorare la performance cognitiva e l’umore nella terza età. La caratteristica specifica del metodo WAL è in effetti di integrare i tre fattori fondamentali, fisico, cognitivo e sociale. Si tratta di un approccio globale, multimodale perfettamente in linea con quanto
dimostrato dalla ricerca scientifica, cioè che agire contemporaneamente su tutti e tre i fattori porta maggiori benefici rispetto ad agire isolatamente sui singoli fattori”.

Massimo Shido

4) Ma lo stile di vita individuale non dipende soprattutto da fattori culturali?

“Questo è un aspetto rilevante: i fattori culturali modificano la biologia. Bisogna tener presente che, con l’avvento dei prodotti della mente, nell’ambiente sono presenti artefatti che non esisterebbero senza l’intervento dell’uomo. Gli artefatti modificano le caratteristiche della nicchia abitativa: in generale siamo abituati a considerare gli strumenti come mezzi che servono a
facilitarci la vita e che una volta utilizzati restano inerti. Al contrario, una volta immesse nell’ambiente, queste nuove informazioni agiscono sul cervello come qualunque altro stimolo: lo spingono a riorganizzarsi. Inizia un processo a spirale in cui causa ed effetto si scambiano continuamente di ruolo: mutare la mente muta il cervello e mutare il cervello muta la mente. Tra mente e cervello si instaura una corrispondenza biunivoca: la mente non si sviluppa in assenza di un sistema nervoso organizzato e il sistema nervoso non si organizza in assenza dei processi mentali che formano il contesto culturale in cui si trova immerso. Causa ed effetto non sono più distinguibili, mente e cervello non sono entità separabili. Il percorso evolutivo ne viene mutato
radicalmente”.

5) Vuol dire che i processi mentali corrispondono a nient’altro che a determinate attività del cervello?

“Non esattamente. L’artefatto più significativo che ha ulteriormente modificato la nicchia abitativa dell’essere umano è stato certamente lo sviluppo del linguaggio. La sua comparsa non ha rappresentato semplicemente un’aggiunta gerarchicamente sovrapposta all’esperienza percettiva: un nome non è un’etichetta che si sovrappone su un dato già conosciuto nella sua interezza; il linguaggio è soprattutto un sostituto dell’esperienza percettiva. Se si dice ad un soggetto che quando vedrà accendersi una lampadina sentirà una scossa elettrica ad un braccio, quando la lampadina si accende si attivano le regioni cerebrali che si sarebbero attivate dopo aver ricevuto la scossa: non è necessario infliggergli la scossa; l’informazione verbale ricevuta ha sostituito lo stimolo doloroso”.

mente e cervello

6) Ma se la mente è davvero immateriale, quale è la differenza rispetto a quanto sostenuto da Cartesio?

“Forse Cartesio poteva aver ragione a parlare di una mente immateriale. Ma mente e cervello non sono entità distinte, come nella teoria cartesiana. Quando si ascolta la parola “albero” si attivano regioni cerebrali diverse se si sta parlando dell’albero di Natale o dell’albero di una nave. In assenza del dato percettivo concreto, il linguaggio innesca una risposta neuronale che a sua volta
agisce sullo stato corporeo come un equivalente dello stimolo fisico. Così una parola offensiva può aumentare la frequenza cardiaca e far arrossire il volto. L’evocazione tramite il linguaggio è sufficiente a far sì che il corpo reagisca. L’esperienza corporea non è più solo una risposta al contesto fisico: il comportamento può essere condizionato anche da un input mentale. Come
dichiarava Dereck Bickerton: “L’uso del linguaggio libera l’uomo dalla prigione dell’esperienza immediata in cui ogni altra creatura è rinchiusa e apre le porte di una infinita libertà di spazio e di tempo”. E’ così che si crea una demarcazione netta, anche se fittizia, tra mondo materiale e mondo immateriale.

7) E’ per questo motivo che mente e corpo sembrano così diversi?

“Si può tentare allora di rispondere al quesito principale della filosofia: come può la mente, immateriale, influenzare la materia di cui il corpo è costituito ed agire su di esso? La mente, in particolare con l’acquisizione del linguaggio, libera l’esperienza dal vincolo biologico e crea una nicchia indipendente dal contesto materiale. La perdita del referente fisico è ben illustrata da
Magritte nella sua opera “Questa non è una pipa”: le parole non coincidono con le cose (“Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche chiamato con un altro nome conserverebbe ugualmente il suo dolce profumo”) e la complessità del mondo non può essere racchiusa nel linguaggio. Tuttavia quell’immagine che senza dubbio non corrisponde concretamente ad una pipa
lo diventa dal punto di vista mentale.

Di fatto il linguaggio cambia radicalmente le regole di funzionamento della relazione dell’organismo con l’ambiente in quanto costruisce una trama di relazioni di significato le cui procedure sono interne al sistema stesso e non tengono più conto del
contesto biologico; le informazioni linguistiche rispondono solo ad una logica associativa ed in questo modo possono addirittura inventare la realtà. Grazie a questa nuova dimensione la mente perde ogni contatto con il corpo, vive di vita propria e si manifesta come una entità autonoma dal cervello. Pegaso è un cavallo alato: nessuno lo ha mai visto davvero, ma tutti lo hanno visto con
l’occhio della mente”.

mente e cervello

8) Possedere una mente immateriale è quindi una illusione utile alla sopravvivenza?

“Mi è sempre rimasta impressa una storia che ho ascoltato per la prima volta dal mio maestro delle elementari: Muzio Scevola che metteva una mano sul braciere e se la lasciava bruciare. Una mente che non si fosse liberata dei vincoli biologici e che dovesse rispondere alle leggi che regolano il corpo non sarebbe stata compatibile con questo comportamento: la risposta riflessa al dolore
avrebbe impedito di mantenere la mano sul fuoco. La mente per svolgere il suo compito non può più preoccuparsi di rispettare le regole che guidano il mondo fisico. I processi mentali immateriali agiscono modificando l’attività del sistema nervoso. Dal momento che questa attività non è percepibile utilizzando i sensi che possediamo, il trucco riesce perfettamente: la mente appare
svincolata dalla materia”.

9) Bisogna riconoscere però che pensare alla mente come una illusione è davvero difficile.

“E’ proprio vero. Non è un caso che sulla natura della mente i filosofi si siano espressi in modi tanto diversi. Si può però concordare sul fatto che l’essere umano non è mai solo cervello né mai solo mente. La mente può essere considerata come uno strumento sviluppato dall’organismo allo scopo di adattarsi al proprio habitat nel modo più vantaggioso possibile. Possedere una mente consente una rappresentazione coerente di sé, degli altri e del mondo; in questo modo l’ambiente complesso e confuso (e quindi pericoloso) in cui l’organismo vive diventa comprensibile e prevedibile; il comportamento che ne deriva diventa il più adatto a risolvere i problemi posti alla sopravvivenza. E’ stato un equivoco considerare natura e cultura, innato ed acquisito, genetica ed ambiente come processi alternativi; natura e cultura agiscono in modo complementare e raggiungono insieme i loro effetti sul comportamento. E’ solo la loro combinazione ad essere vincente. Mente e cervello possono essere pensati come entità differenti così come la vite e il cacciavite possono essere esaminati come oggetti distinti ma mantenendo la nozione che ognuno assume senso solo grazie all’altro. Nella storia evolutiva non esiste un prima e un dopo; il meccanismo è coevolutivo; si procede insieme, ognuno grazie al contributo dell’altro. In questa unità indivisibile, nessuno dei due è più importante dell’altro. Sarebbe come chiedersi se per formare il sale sia più importante il contributo del sodio o del cloro”.

mente e cervello