L’intervista di Anma Crespi a Jessica Famiani

In natura i cuccioli dei mammiferi sembrano cercare deliberatamente situazioni di gioco moderatamente rischiose per poter crescere, imparando ad affrontare le difficoltà. Come scrive Todd Hargrove, brillante scrittore di Seattle, autore di “Playing with Movement” (2019), si può facilmente osservare come quasi tutti i giovani mammiferi nel gioco creino situazioni leggermente paurose – sottoponendo sé stessi a sfide di tipo fisico o emozionale d’intensità crescente – e quanto ciò sia altamente funzionale alla loro maturazione e futura autonomia. Oggi i cuccioli d’uomo non hanno purtroppo le stesse opportunità, essendo ormai lontano il tempo in cui venivano lasciati liberi di scorrazzare nei campi, nelle stradine dei villaggi, nei prati, nei cortili, vicino agli alberi, in ambienti naturalmente privi di grossi pericoli, ma idonei a far sperimentare loro le proprie risorse in autonomia.

Nel mondo moderno ormai tutto viene considerato pericoloso e i genitori sono diventati iper-apprensivi: sempre pronti a vietare, incoraggiare o scoraggiare, mettere in guardia contro germi e variazioni di temperatura, tendenti a giudicare e minacciare, non si avvedono che – così facendo – avvolgono i propri figli in una bolla di ansia soffocante, impedendogli d’imparare dalle esperienze dirette, di confrontarsi coi propri limiti, di costruirsi una sana autostima e una giusta fiducia in sé stessi e nelle proprie intuizioni, in poche parole di vivere una vita serena, sana, naturale. Questo è un grave danno – dovuto principalmente a ignoranza: questi genitori – senza volere – contrastano uno sviluppo normale, creando ahimè ragazzi più insicuri, fragili, paurosi, ansiosi, bloccati.

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Jessica Famiani, al contrario, ha capito che il gioco, anche se a volte risulta rischioso, è un grande maestro. Lei sorride in continuazione, ferma e leggiadra a un tempo, e gioca lei per prima, nell’esplorare e proporre nuovi movimenti e nuove sfide, in mezzo ai bambini o tra le sue “bambine cresciute” della Pole Dance. Jessica, regina dei contrasti: grinta e grazia, concentrazione e gentilezza, rigore e soavità, disciplina e cortesia. Così subito appare il suo carattere ben strutturato, ammiccante, un po’ scugnizzo: da un lato pura “forza della natura”, energia che sgorga impetuosa, intensità, tenacia, inflessibilità della disciplina, pratica vigorosa, coraggiosa, sicura, ardente, irrefrenabile, amante del rischio. Juri Chechi o Sergente Hartman di Full Metal Jacket rischiano di sparire al suo cospetto: Jessica sembra inesauribile! Ricordo che le ragazze a lezione la chiamano con affetto “Marine”, alludendo appunto all’allenamento forsennato dei Marines americani. Poi c’è l’altro lato, opposto e contrario, ma in lei armoniosamente fuso col primo: quello delicato della sua estrema femminilità, del sorriso appunto, della sua bellezza dotata di una dolcezza diafana e seducente, dei suoi occhi chiari e dei capelli biondi e lunghi. Infatti Jessica – sorprendentemente – nell’aspetto ricorda le immagini femminili più eteree: Venere, o Primavera di Botticelli, e alcune sognanti donne di Klimt. Ma sentiamola ora raccontarsi.

-A.C. Jessica ti piace insegnare il movimento? Se sì, perché?

J. F. “Assolutamente sì! Ritengo che il movimento sia la linfa vitale del nostro corpo, ma in particolar modo della nostra mente. Come ormai oggi tutti sanno, esistono molti studi e ricerche che dimostrano l’importanza dell’attività motoria per la salute (fisica, mentale, psichica). Vedo che purtroppo, nonostante ciò, ci sono ancora tantissime, troppe persone sedentarie, che lavorano anche 9/10 ore davanti ad un pc e che alla fine della giornata tornano a casa e si impigriscono sulla poltrona fino all’ora di andare a dormire. Mi chiedo proprio come riescano a vivere così, senza un minimo di movimento! Altri arrivano addirittura a “fare a pugni” per trovare un parcheggio il più vicino possibile al luogo di lavoro pur di non fare 4 passi a piedi: questo è davvero terribile (a proposito della “pigrizia come male del secolo” leggi l’articolo di WAL).

Negli ultimi anni di insegnamento ho visto che ci sono moltissime persone che non hanno nessuna confidenza col proprio corpo, vivono come automi, non sanno ripetere/copiare alcuni movimenti semplici e questo mi lascia davvero perplessa. Il primo motivo per il quale adoro insegnare alle persone il movimento è perché lo ritengo benefico, indispensabile, insomma si tratta per me di una vera missione di vita. Poi di certo, dal momento che adoro muovermi, c’è anche da parte mia una buona dose di divertimento, partecipazione, entusiasmo nell’allenarmi insieme alle mie allieve. È un modo per esercitare le mie risorse, attraverso l’insegnamento mi realizzo, cresco, migliorando sempre.

-A.C. Quale ritieni sia la dote più importante per essere un bravo insegnante?

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J. F. “Credo serva prima di tutto essere sé stessi, con autenticità, senza dover inventare a tutti i costi un personaggio “invincibile” o “un supereroe”: lasciare che gli allievi possano comunque conoscerti sotto tutti i punti di vista, anche nei tuoi aspetti più deboli.
In principio, quando mi è stato chiesto di insegnare in una palestra, mi sono venuti mille complessi perché sono sempre stata una persona molto timida e, diciamo la verità, molto insicura. Dopo vari anni di esperienza, posso dire che secondo me gli allievi preferiscono un insegnante che abbia voglia di crescere e di imparare insieme a loro. Ed io sono cresciuta davvero tanto in questi anni. Anzi, per me è stata una rinascita o meglio una rivincita, dopo la delusione che avevo sofferto a causa di alcune amicizie di scuola superiore. Ma non siamo qui per raccontare questo.

-A.C. Jessica, ti è capitato di formare insegnanti nel tuo sport? Come ritieni si caratterizzerebbe il “metodo (o lo stile) Famiani”?

J. F. “No, finora non ho mai formato insegnanti o istituito un corso per l’insegnamento della pole dance, però ho avuto il piacere di avere tra le mie allieve una ragazza (la quale oggi considero la mia migliore amica), che poi si è formata ed ha preso il diploma a Roma, alla Vertical Dolls Academy, proprio come me.
Mi piace però pensare, magari in futuro, ad un vero e proprio metodo “Famiani”. Sicuramente caratterizzato da molti tricks di forza e vari allenamenti mirati sul potenziamento muscolare. Mi piace molto un riscaldamento “strong”, lo ritengo quasi necessario per una preparazione ottimale ad uno sport come il nostro”.

-A. C. Come sono maturate le tue scelte e la tua storia professionale? Ti va di raccontarti un po’?

J. F. “Partiamo dal principio. Non sono mai stata ferma: da piccola ho praticato diversi sport e soprattutto vari tipi di danza: nuoto, hip hop, danza moderna, balli di gruppo, zumba, latino americano… insomma chi più ne ha più ne metta. Nessuno di questi però era riuscito ad appassionarmi davvero.
Ho scoperto per caso la Pole Dance nel 2015. Era ancora sconosciutissima a Perugia. Ho visto una vela pubblicitaria con una ragazza che rimaneva agganciata con la gamba ad un palo a testa all’ingiù e mi sono chiesta “mi è sempre piaciuto arrampicarmi sugli alberi o fare le capriole sulle altalene, perché non provare?”.
Non vi dico la prima lezione! Sono rimasta a letto per tre giorni con dolori muscolari di tutti i tipi. Credo che mi sia venuta pure la febbre! Ma non mi sono arresa. Ho continuato imperterrita ad andare a lezione, ho visto giorno dopo giorno i miei progressi e il mio corpo cambiare gradualmente. Ed è nato subito un amore infinito per la pole, per le mie compagne di corso e per la mia insegnante, Giulia Lupattelli, alla quale sono completamente devota e con cui mi alleno tutt’ora.
Dopo due anni circa di corso mi è stato proposto di insegnare.
Come dicevo prima (vedi nella risposta alla seconda domanda), alla fatidica domanda “Hai voglia di insegnare in palestra?” mi sono presi subito i crampi allo stomaco.

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‘Io? Ma state proprio chiedendo a me? Io che sono sempre stata timidissima e intimorita soltanto dall’idea di dover parlare di fronte a più persone?’.
Durante gli anni del liceo, frequentai sia il corso di teatro che quello di canto. Ho avuto anche qualche parte da solista ed ho cantato varie volte di fronte ad una platea. Non vi dico quanti giorni prima dovevo prepararmi psicologicamente tra nausee, angosce, tremori, battiti del cuore impazziti e via dicendo. Nonostante tutto, quella sensazione di ansia, terrore, paura non andava mai via completamente, anzi mi toglieva il fiato ogni volta che dovevo prendere le note più alte. Sì, mi piaceva troppo cantare e mi piace tutt’ora, ma meglio da sola, in macchina o mentre faccio la doccia!
Eppure insegnare questa disciplina mi ha dato qualcosa, mi ha proprio cambiata interiormente.
Mi ha dato il coraggio di aprirmi e di espormi di fronte agli altri, ha innalzato il mio livello di autostima ed ho capito che in realtà è sempre esistita la mia predisposizione nell’aiutare gli altri e la voglia di insegnare a credere in sé stessi”.

-A. C. Che valore dai in genere al “mettersi in gioco” dell’allievo/a di fronte alle novità?

J. F. “Sicuramente la pole dance rappresenta per eccellenza il “mettersi in gioco, soprattutto con sè stessi”. Il “gioco” inizia già dalla prima lezione, in particolare per una donna, quando si è “costrette” a mettersi in pantaloncini, ma poi ci si rende conto che in realtà nessuna delle presenti desidera giudicare il tuo aspetto fisico. Sono tutte lì, proprio come te, desiderose di imparare e pronte a costruire il proprio bagaglio di “movimento”. La pole dance è una continua sfida nei confronti dei propri limiti. Andare a testa in giù, riuscire a prendere un piede o a staccare le mani e reggersi solo con l’incavo del ginocchio… Potrebbe sembrare facile a chi non lo ha mai provato, ma non lo è assolutamente, soprattutto per una persona adulta, che rimane sempre un po’ più contratta e restia nel lasciarsi andare. Essere invitati a mettersi in gioco, accettando il rischio di movimenti inconsueti o costruendo coreografie sul palo, è qualcosa che ti fa crescere, mettendoti di fronte ai tuoi limiti, aiutandoti a conoscerti meglio, insomma è una grande scuola di vita“.

-A. C. In che consiste per te la “terapeuticità” del movimento?

J. F. “Coloro che praticano uno sport, hanno una marcia in più per vivere una vita serena e meno stressante. Muoversi aiuta davvero a scacciare via i “brutti pensieri” ed il cattivo umore. L’effetto terapeutico della pole dance è potente: questo sport conferisce una consapevolezza di sé e, nel tempo, una forza che è – al contempo – fisica e psichica. Lo osservo quotidianamente sia su me stessa che sui miei allievi. Riuscire ad eseguire esattamente una nuova figura, o una combinazione più difficile rilascia un effetto benefico a livello psicologico davvero strabiliante. E vedere gli occhi di un allievo pieni di gioia, dopo essere riuscito ad eseguire quello che gli sembrava in principio qualcosa di impossibile, è per me una grandissima soddisfazione. L’emozione per aver raggiunto un traguardo con le proprie forze può essere perfino.. troppa! Infatti a volte, dopo una lezione, soprattutto se si pratica in orario serale, è probabile che non si riesca a prendere subito sonno, proprio perché l’adrenalina in circolo o il pensiero di aver volteggiato sul palo, di aver raggiunto finalmente quel “trick” tanto agognato, fanno sì che sia impossibile togliersi la pole dance dalla testa. È come una droga, ma una droga benefica stavolta: non si aspetta altro che l’allenamento seguente!”.

-A. C. Che importanza dai all’attenzione per chi hai davanti, cioè alla personalizzazione dell’insegnamento?

J . F. “Ovviamente ognuno di noi ha una sua modalità di apprendere. Ognuno ha il suo “ritmo”: c’è chi riesce ad afferrare immediatamente un concetto, c’è chi invece ha bisogno di più tempo per elaborarlo. E così vale per il movimento e di conseguenza per la consapevolezza del proprio corpo. Questa disciplina, non richiedendo requisiti sportivi di alcun tipo, incuriosisce tutti, da chi già fa danza a colui che alla prima lezione dice ironicamente “ok io vado solo a camminare e stop”, passando per il “super abbonato in palestra” fino ad arrivare all’impiegato che ha sempre cercato di evitare ogni tipo di sport. Chiaramente ti trovi di fronte tanti tipi di persone, con background differenti e con vari apprendimenti motori. Credo che a volte ci sia bisogno di “qualche dritta in più o di qualche piccola variazione”, per non demoralizzare chi magari non riesce ad eseguire in un primo momento l’esercizio proposto. Al palo vale lo stesso concetto: se non riesco ad arrivare al trick finale posso sempre eseguire un esercizio similare e sicuramente con il tempo, la costanza e la voglia di crescere, si riuscirà a raggiungere quella figura o combinazione che sembrava impossibile!”.

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-A. C. Se immagini la tua vita professionale tra 10 anni, come ti piacerebbe che fosse? Che obiettivi ti poni?

J. F. Diciamo che il periodo in cui stiamo vivendo purtroppo, con l’avvento della pandemia globale, permette a fatica di fare dei progetti a lungo termine o di immaginare la propria vita tra 10 anni. Ma voglio pensare positivo, credere nei miei sogni e nelle mie potenzialità. Tra 10 anni mi vedo ancora in sala, (e perché no, magari di una scuola tutta mia!) a far sudare le mie allieve e ad insegnare loro il prezioso valore della pole dance che sarà sicuramente sempre più conosciuta ed apprezzata da tutti. Chissà forse con mio figlio/a tra gli allievi.

-A. C. Che cosa è una sfida oggi per Jessica Famiani?

J. F. La sfida o la missione per me oggi? Sicuramente è quella di diffondere questa disciplina il più possibile. Far capire che è uno sport a tutti gli effetti, al pari della ginnastica o delle arti circensi. Purtroppo ancora molti ritengono che la pole dance sia qualcosa di allusivo, volgare, legato alla sfera della sensualità a luci rosse, come la lap dance. Eliminare questa sovrapposizione è un obiettivo che va perseguito. Altrimenti vallo a spiegare alla gente che siamo “mezze nude” perché la pelle deve fare grip (aderenza) al palo altrimenti si scivola e non si riesce nemmeno a fare una mezza salita!

-A.C. Quanto contano la creatività e la ricerca nel tuo lavoro, ad esempio nell’esplorazione di nuovi movimenti?

J F. “La creatività e la ricerca nel nostro lavoro sono praticamente indispensabili. Soprattutto perché in questo sport, ogni giorno – ma che dico…ogni ora! – c’è qualcuno che da qualche parte del mondo sta inventando una nuova presa al palo, una nuova figura o combinazione e tu sei lì pronta a studiare nei minimi dettagli per poi riproporla in classe. Penso che non ci sia disciplina più stimolante della pole perché ti mette di fronte a tanti vari punti di vista, niente è definitivo ma tutto è creazione, puoi inventare, uscire dagli schemi e soprattutto non c’è mai un punto di arrivo ma è una continua scoperta ed evoluzione”.

-A. C. Sappiamo che hai promosso con molto successo il tuo corso di Pole Dance Kids. Ti senti particolarmente portata per l’insegnamento a questa fascia d’età? Perché?

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J. F. “Ho sempre avuto il desiderio di lavorare con i bambini. Già al mio secondo anno da insegnante infatti, ho deciso di intraprendere questa strada, seguendo un corso specifico per l’insegnamento della pole dance ai bambini. Oggi, dopo tre anni di esperienza, posso affermare che sì, sono portata! Sapevo che chiaramente sarebbe stato leggermente differente rispetto all’insegnamento in fascia adulta, ma ciò mi ha stimolata ancora di più.

Non è stato semplicissimo all’inizio: entrare nel loro mondo, utilizzare un “linguaggio” giocoso per spiegare i movimenti, farsi rispettare, ma allo stesso tempo entrare nei loro cuori quasi come un’ “amica”. Perché in realtà i bambini hanno proprio bisogno di questo nell’ambito dell’apprendimento motorio. Un’ insegnante-amica che riesca a far esprimere il proprio “io bambino” senza chiaramente far soccombere del tutto il tradizionale rapporto insegnante/allievo. Desidero mettermi al loro livello e divertirmi insieme a loro, ma a tratti mi accorgo anche che c’è bisogno di regole, di una guida sicura e affidabile. Vado un po’ fuori dalla domanda iniziale, ma mi preme aggiungere una cosa in più riguardo i pregiudizi nei confronti di questo sport. Sicuramente con i bambini questa tematica è ancora più accentuata. Ho visto alcuni genitori accompagnare le bambine alla loro prima lezione di prova, e rimanere incollati alla porta, incerti di volerle far entrare in sala, preoccupati da chissà cosa. Poi, vedendo l’allenamento, capiscono che si divertono, che stanno imparando a volare in sicurezza e allora tutto cambia. Sono i primi ad incitarle e capiscono che è davvero uno sport completo a tutti gli effetti. Potremmo dire che aiutiamo perfino i genitori ad accettare qualche piccolo rischio!”.

-A. C. Nel descrivere la tua esperienza con i bambini, che cosa apprezzi di più? Hai qualche storiella divertente o aneddoto da raccontarci?

J. F. “Ciò che più mi fa divertire del loro modo di essere, è quando ad esempio mostro un esercizio da svolgere o propongo una nuova figura da studiare e sento subito esclamare all’unisono: “Maestra ma tu sei matta! Noi non ce la faremo mai”. Magari in quella stessa lezione per quanto facciano non riescono a ripeterlo completamente, ma la lezione successiva, arrivano, entrano in sala, (a volte anche prima di iniziare il riscaldamento) e, come per magìa, proprio ciò che sembrava loro impossibile riesce alla perfezione. I miracoli accadono!

Per concludere e per raccontarvi un po’ della mia esperienza tratta dalla Pole Kids, mi oppongo a chi dice con fermezza: “I bambini non hanno paura, non sentono il dolore e per loro è tutto più facile!”. Non è proprio così. I piccoli sono molto sensibili, ricettivi, si spaventano, sentono il dolore e si sforzano tantissimo, ma sono guidati dall’istinto e dalla loro energia innata, hanno la voglia di dimostrare a loro stessi quanto valgono, senza mai arrendersi e rinforzano così il proprio carattere e la propria autostima. Per questo io tiferò sempre per loro”.