L’intervista di Anma Crespi alla Prof.ssa Magda di Renzo

L’efficacia terapeutica dello sport e del movimento nell’equilibrare le emozioni e nel potenziare le risorse cognitive individuali é stata largamente esplorata nei precedenti articoli/interviste WAL – diretti ai protagonisti dello Sport, delle Arti Marziali, della Danza, dell’Acrobatica Aerea, ecc. – già presenti nel nostro blog, nella serie intitolata, appunto, “Il Movimento Terapeutico” all’interno della categoria I Maestri del Movimento.

Parlando di approccio motorio terapeutico anche in ambito clinico, una delle figure oggi di maggior spicco é sicuramente la Professoressa Magda di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva, responsabile del servizio di terapia dell’Istituto di Ortofonologia, direttrice della scuola di specializzazione in psicoterapia dell’età evolutiva, che ha dedicato la sua vita allo studio e all’approfondimento dei temi riguardanti le aree precoci dello sviluppo, in particolare nell’ambito dei disturbi dello spettro autistico.

Come tutti i grandi personaggi già incontrati, molto competenti nel loro lavoro e appassionati studiosi, la Professoressa Di Renzo non si è fatta pregare e ha accettato con entusiasmo di rispondere alle nostre domande, aprendoci così un mondo straordinario (ignoto ai più e in continuo divenire..) in cui trattare precocemente e con estrema attenzione i “bambini speciali” nella loro complessità non solo ci appare come un insostituibile intervento di cura, ma é in grado perfino di gettare luce sul funzionamento psicocognitivo generale dell’umanità intera. La ricerca incessante della Di Renzo infatti approfondisce fondamentali aspetti fisiologici, psicologici e cognitivi, come:

  • L’evoluzione e la modulazione dell’intenzionalità individuale.
  • L’importanza del percorso personalizzato.
  • Il potenziamento del ragionamento fluido.
  • La gestione delle emozioni.
  • I miglioramenti possibili a partire dall’approccio motorio (tema che forse più ci riguarda come WAL).

E molto altro.

Come constateremo nelle parole della Professoressa Di Renzo, ancora una volta si conferma quanto é da sempre alla base del Walk And Learn, cioè che la dimensione corporea sia fondamentale nello sviluppo individuale, e come non sia possibile un adeguato rapporto con il mondo e con gli oggetti se prima non si è instaurata una relazione corporea adeguata con l’altro.

Ma ecco l’intervista:

A.C. Magda, é giusto secondo te definire questi bambini “autistici”? In base alla tua esperienza come possono essere caratterizzati? Possiamo dire che in questo tipo di “definizione” vengono normalmente raggruppati casi con caratteristiche molto eterogenee?

M. di R. Nell’ambito dei disturbi dello spettro autistico sono comprese situazioni tra loro molto eterogenee che consentono, oggi, di parlare di “autismi” e non più di “autismo”. Esistono, infatti, alcuni sintomi core comuni a tutti i bambini ma la gravità della sintomatologia è addebitabile a vari fattori, tra cui l’ambiente e il tipo di rieducazione e terapia che viene proposto. L’unicità del singolo bambino deve essere rispettata tanto in fase diagnostica che terapeutica ed è necessario un approccio che sappia rispettare la complessità del disturbo e le sue diverse coniugazioni in base alle caratteristiche individuali e alle risorse che l’ambiente riesce a mettere in campo.

A.C. Sempre in base alla tua esperienza diretta, risulta migliore e più efficace un approccio uniforme, cioè più istituzionalizzato e standardizzato (che alcuni ritengono possa offrire maggiori garanzie..) oppure, al contrario, é utile osservare le differenze individuali e procedere modulando ogni intervento su queste differenze?

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M. di R. In base al precedente presupposto non può esistere una risposta terapeutica e\o riabilitativa standardizzata né si può prevedere un intervento unilaterale solo cognitivo e\o comportamentale che non tenga conto dei deficit di base che riguardano prevalentemente difficoltà in ambito affettivo-corporeo (responsabili della maggior parte delle disfunzioni presenti) e nell’area della sintonizzazione con l’altro. I bambini con Disturbo dello spettro autistico presentano un deficit specifico nei processi imitativi e difficoltà in ambito sensoriale che interferiscono seriamente nelle condotte motorie, non tanto in riferimento agli schemi d’azione quanto alla rigidità con cui approcciano il mondo esterno. Questi aspetti, che condizionano seriamente il vissuto del bambino e anche la sua disponibilità ad apprendere dall’esperienza, vengono in genere sottovalutati sia in ambito valutativo che terapeutico.

 

A.C. L’approccio che scegli con i piccoli pazienti passa dall’utilizzo di test? Se sì, cosa misurano?

M. di R. La valutazione approfondita è il primo passo di un adeguato processo terapeutico. Nel nostro modello DERBBI (Developmental, Emotional regulation and Body-Based Intervention) denominato “progetto Tartaruga” vengono prese in considerazione tutte le aree dello sviluppo per delineare quell’area di sviluppo prossimale in cui collocare l’intervento. A tal fine, oltre ai test standard per la misurazione della gravità della sintomatologia e alla valutazione neuropsichiatrica, diamo una particolare importanza all’evoluzione psicomotoria raggiunta e alla dimensione affettiva per cui abbiamo messo a punto un test di natura non verbale. Valutiamo inoltre il livello raggiunto nell’espressione grafica per correlarlo sia alla dimensione psicomotoria sia all’organizzazione cognitiva raggiunta.

A.C. Come avviene il primo incontro? Puoi raccontarlo a grandi linee e con parole semplici?

M. di R. Nel primo incontro una equipe multispecialistica (composta da Neuropsichiatra infantile, psicoterapeuti, osteopata e terapisti della riabilitazione) incontra il bambino con i genitori (l’incontro dura circa due ore) per osservare le dinamiche presenti, raccogliere notizie anamnestiche, somministrare le prove necessarie e proporre situazioni di gioco atte alla ricerca della zona di sviluppo prossimale da condividere con i genitori e con gli eventuali terapeuti che seguiranno il bambino. Questa fase della valutazione è particolarmente importante perché, oltre a diventare consapevoli dei limiti del bambino, i genitori scoprono anche le potenzialità presenti quando si aggancia il bambino nella sua dimensione corporea.

A.C. Che importanza assegni al rapporto del terapeuta con i genitori o i caregiver? Gli incontri che frequenza hanno? Che modalità? Si crea facilmente collaborazione? Potresti spiegare, anche facendo qualche esempio concreto, perché ciò é opportuno? Quali errori dovrebbero evitare i genitori?

M. di R. Nel nostro approccio i genitori costituiscono la grande risorsa perché devono imparare a sintonizzarsi con un bambino che non attiva reciprocità e che quindi non riesce a diventare un partner conversazionale. Soprattutto quando i bambini sono molto piccoli (per fortuna negli ultimi anni possiamo lavorare con bambini dai 2 anni) il principale lavoro viene fatto in gruppi madre-bambino per ritrovare, attraverso il gioco corporeo, quel canale di interazione che motivi il bambino alla relazione con l’altro. Comprendere in che modo intervenire per non creare ulteriori interferenze nella sensorialità del bambino (alcuni hanno una iper- reattività al rumore, altri al contatto etc.) aiuta i genitori a sentirsi più accettati ed efficaci nel loro ruolo genitoriale.

A.C. Qual è la parte del tuo lavoro che ti realizza di più o ti dá piú soddisfazioni? Perché?

M. di R. Riuscire a mettere in sintonia la madre con il suo bambino, perché è come assistere ad una seconda nascita. Capire che il bambino ci appare “alieno” solo perché non riusciamo a comprenderlo consente nuove aperture e permette di affrontare la fatica necessaria a decodificare i suoi comportamenti che, comunque, hanno per lui un senso anche se all’esterno appaiono solo disadattivi. Come esempio valga quello delle stereotipie che consentono al bambino una scarica quando è sopraffatto dalle emozioni e che spesso vengono bloccate in quanto comportamenti non adattivi. Si tratta di capovolgere l’ottica e comprendere che quei movimenti hanno per il bambino una forte valenza adattiva perché gli consentono di ritrovare una sorta di equilibrio psico-corporeo quando uno stimolo esterno rischia di scompaginare l’ordine raggiunto.

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A.C. Magda se tu avessi una bacchetta magica e potessi creare subito un rinnovamento o un miglioramento pratico nella tua attività, quale aspetto sceglieresti di integrare o migliorare?

M. di R.  Con una bacchetta magica mi piacerebbe far comprendere a un pubblico più vasto quanto la dimensione corporea sia fondamentale per questi bambini e quanto non sia possibile un adeguato rapporto con il mondo e con gli oggetti se prima non si è costituita una relazione corporea con l’altro. Mi piacerebbe uno sforzo maggiore da parte di tutti per comprendere che non ci può essere una cognizione adeguata se non sulla base di una soddisfacente dimensione affettivo- corporea.

A.C. Che consiglio (o suggerimento) daresti a un genitore che ha appena avuto la conferma che suo figlio ha “esigenze aumentate”?

M. di R. Dico spesso ai genitori che con questi bambini speciali è necessario diventare competenti e altrettanto speciali. In alcuni tipi di interventi i genitori vengono coinvolti in qualità di terapeuti ma io sono totalmente in disaccordo con questa dimensione. Ritengo, invece, che i genitori debbano essere sostenuti per elaborare l’esperienza difficile che sono costretti ad affrontare ed aiutati a trovare le modalità con cui interfacciarsi con il proprio bambino. I genitori sono sempre più importanti dei terapeuti e noi dobbiamo lavorare al massimo perché si sentano orgogliosi del loro ruolo.

A.C. Nella terapia, nel trattamento, che importanza dai al movimento, alla ginnastica e all’attività fisica? Proponi esercizi fisici attivi e/o passivi? Se sì, quali? Puoi raccontare come (le modalità in cui) vengono proposti e accolti?

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M. di R. Credo sia chiaro, a questo punto, quanto la dimensione corporea sia centrale e determinante nel nostro approccio. Tutte le nostre proposte passano attraverso giochi corporei che consentono l’ampliamento e il conseguente apprendimento di schemi motori sempre più complessi. Proposte che mettono sempre in campo le dimensioni non verbali per fare in modo che il linguaggio si strutturi in una relazione significativa per il bambino (che nasca cioè come esigenza per incontrare il mondo) e che il movimento e la vocalità diventino gestualità espressive oltre che comunicative.

A.C. Credi che la capacità linguistico-comunicativa cresca in modo direttamente proporzionale all’acquisizione di abilità motorie (propiocezione, consapevolezza gestuale, ecc.), anche in relazione all’ambiente?

M. di R. Il linguaggio nasce all’interno di una relazione. La prima forma che il bambino apprende, il cosiddetto motherese, viene costruito grazie agli scambi vocali e gestuali che una madre propone al proprio bambino. Se non c’è un adeguato contesto di riferimento il linguaggio non può svilupparsi. Il linguaggio è un’attività generativa che poggia sul patrimonio di acquisizioni corporee ed affettive che il bambino accumula fin dai primi giorni di vita. Non bisogna confondere la ripetizione di parole o frasi con la reale costruzione linguistica. A tale riguardo è molto più significativo che un bambino usi un gesto con finalità comunicativa piuttosto che ripeta una parola senza la giusta intenzionalità.

Grazie ancora di cuore a nome di tutta l’Associazione WAL alla Professoressa Di Renzo per il Suo prezioso contributo. Ricordiamo che chi volesse approfondire questi contenuti può cercare i numerosi video con i suoi interventi presenti su YouTube e visionare l’attività IdO, su www.ortofonologia.it.

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